Museo Dinamico della Seta con Francesco e Lucia.

13-14 luglio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle vie del borgo di Longobucco c’è un’antichissima tradizione portata avanti con tenacia: l’arte della tessitura. In occasione di un corso di formazione presso la ditta Celestino, incontriamo una coppia davvero speciale: Lucia Parise, di professione… appassionata del recupero dell’identità dell’uomo e Francesco La carbonara, storica guida del Parco Nazionale della Sila. Un connubio in cui l’autenticità ed il suo recupero sono vitalmente tangibili…

Io voglio parlare con voi perché in questi due giorni abbiamo fatto questo percorso molto particolare tra tessitura, escursionismo, tradizioni del luogo, vecchi mestieri e quant’altro… A Francesco vorrei rivolgere la mia prima domanda: riflettevo sul fatto che l’essere guida non ha una sola direzione, ma abbraccia tanti aspetti. Vorresti rifletterci anche tu dicendomi che cosa significa per te essere una guida?

Questo concetto lo hai già espresso tu in quanto la guida deve far vivere il territorio veramente in tutte le direzioni possibili ed immaginabili quindi non solo deve mostrare i cammini, l’escursionismo, la natura, gli ambienti naturali per come si presentano, ma tutto ciò che sta intorno a quella che è la storiografia del luogo. Pertanto deve raccontare non solo quelli che sono gli aspetti prettamente naturalistici ed escursionistici, ma deve saper raccontare le storie del luogo siano esse intrise di leggende, tramandate oralmente oppure concretamente esistite, come è il caso della tradizione di Longobucco sulla tessitura o la presenza delle miniere d’argento, che sono fatti storici. Ma la guida deve saper raccontare anche utilizzando i termini dialettali, i toponimi e deve saper ritornare a quelle che sono le origini e trasferirle con semplicità.

Quindi possiamo dire che per far capire ai giovani l’importanza della valorizzazione del territorio possiamo far vivere loro le tradizioni che in qualche modo si sono perse per recuperare una fetta del nostro passato?

Per quanto riguarda i giovani bisogna cercare di fargli capire il senso di appartenenza ad un luogo… Questo è vitale ormai per non rischiare di andare verso una deriva di questi luoghi che hanno subito negativamente l’avvento di una trasformazione dovuta a quello che è un certo progresso degli ultimi venti, trenta, quarant’anni… I nostri paesi si sono trasformati spesso negativamente subendo un po’ questa idealizzazione dei luoghi che dovevano essere migliorati mentre invece hanno subito una trasformazione tale da essersi snaturati della loro identità. Noi andiamo alla ricerca di questa identità cercandone i segni e tentando di trasformarla in azioni pratiche da far vedere e toccare con mano ai giovani, ma anche a i meno giovani.

In questa ricerca dell’identità so che tu e tua moglie vi occupate del Museo Dinamico della Seta di Mendicino. Infatti adesso mi rivolgo a te Lucia e nello specifico, oltre a chiederti, in generale cosa fate nel vostro territorio per la ricostruzione di questa identità, io volevo anche chiederti che significa oggi per una donna entrare in queste tradizioni che si sono praticamente perse…

È un po’ difficile dirlo in poche parole, posso raccontare la mia esperienza personale. Io ho cambiato completamente lavoro, per scelta, non per costrizione, non perché il mio lavoro non funzionasse. Facevo l’avvocato fino a 3 anni fa, avevo anche una carriera abbastanza proficua, avevo fatto più di 15 anni di professione, però ad un cero punto, a metà della mia vita, ho deciso di avere dei tempi diversi, avere i tempi che erano delle nostre mamme e Mendicino è stato anche un ritorno perché ho vissuto diversi anni a Roma, città dove mi sono laureata. Una volta ritornata nel mio paese mi sono venuti in mente i luoghi dell’infanzia perché Mendicino si identifica nella seta in quanto per tutta la seconda metà dell’800 e gli inizi del 900 è stato un paese dove c’erano moltissime filande e si produceva tantissima seta che poi veniva esportata. Quindi tutte le persone anziane, compresa mia madre che aveva lavorato in una di queste filande, evocavano questo periodo come un’età dell’oro… Noi siamo cresciute con questa filanda continuamente evocata, chiamata ed allora, ad un certo punto mi è stata offerta un’occasione: come associazione – Erba netta – abbiamo deciso di partecipare alla gara di affido per il museo ed è stata veramente un’opportunità per riscoprire a livello professionale quella che era la caratteristica principale del territorio mendicinese, ma non solo… abbiamo fatto anche una scelta di vita perché abbiamo deciso di abitare un centro storico che era completamente abbandonato in un momento in cui andava di moda e tutt’ora va di moda stare in case più moderne, più comode. Invece noi abbiamo comprato prima una casa e poi altre… adesso siamo arrivati a sette… Sono tutte casette molto piccole che sono state ristrutturate, anzi destrutturate, perché abbiamo tolto tutto quello che avevano messo negli anni 60, 70 ed 80 che sono stati anni terribili, anni in cui hanno cercato di toglierci la nostra identità di calabresi, anni in cui ci si doveva giustificare di essere calabresi ed invece noi, in controtendenza, abbiamo cercato di far venir fuori quello che era il nostro patrimonio, quelle che erano le nostre architetture, i nostri luoghi per farli diventare di nuovo luoghi identificativi, luoghi esistenti e abbiamo lavorato affinché venisse fuori quella che era una creatura diversa da quella che si pensava a livello turistico, cioè la Calabria non è il Rinascimento, è medievale, è bizantina, è araba e c’è anche una Calabria che è tutto il paesaggio, c’è questa selvatichezza che fa della Calabria un luogo unico, un luogo di montagna e di mare insieme e quindi da qui è nata un’azione di riqualificazione di interi quartieri, e poi un’azione emulatrice perché alle persone che stavano vicino a noi e che ci vedevano un po’ come extraterrestri, come folli è bastato poco per prendere in considerazione ciò che facevamo, a volte anche solo mettere le piante fuori perché noi calabresi non abbiamo il concetto del pubblico, siamo molto bravi nel privato però, per tutto ciò che riguarda il pubblico, cerchiamo di scaricarci delle responsabilità, invece la nostra cura è stata proprio che i luoghi pubblici, quelli vicini alle nostre case fossero resi belli e dignitosi. E poi la parola chiave è stata autenticità, cioè cercare di non scimmiottare altre tradizioni, bensì di riprendere le nostre e la nostra è una tradizione di grande artigianato, l’artigianato del legno, della pietra ed anche della tessitura ed è questo il motivo per cui io oggi sono a Longobucco: ho scoperto veramente un mondo e dei mondi dentro il telaio perché il telaio è un microcosmo ed è questo un patrimonio che dobbiamo cercare di valorizzare. Modestamente, nel nostro piccolo cerchiamo di fare questo, ma penso che in Calabria ci sono tante persone come noi che, ahimè, forse non emergono nei media, nei giornali, perché va di moda anche parlare di una Calabria negativa, va di moda parlare di altre cose, invece noi vogliamo parlare di questo, di noi, di come siamo nel quotidiano, di tutte queste cose belle che abbiamo, autentiche, che sono nostre.

Quindi è un impegno anche per le future generazioni…

Per me è una passione, altrimenti non riuscirei a farlo a livello professionale e poi è diventata una professione ed anche la pratica dell’ospitalità, dell’aprire le nostre case e far vedere quello che noi facciamo quotidianamente, la nostra cucina, i nostri lavori, il museo, come si faceva la seta sono tutti modi per dire ai giovani quello che noi abbiamo fatto dal medioevo in poi e per far capire loro che essere calabresi non è negativo anzi siamo calabresi, siamo italiani, ma siamo anche europei, siamo anche proiettati in una dimensione globale, però, voglio dire, partendo da noi, da quello che è il nostro mondo di nascita, il nostro universo culturale.

E il tuo ruolo come donna che dimensione trova?

Ritornando al discorso del telaio, forse tessiamo fili, mettiamo insieme questi fili che altri tendono ma noi cerchiamo di incrociare, di fare delle trame… un filo unico è debole, tanti fili insieme possiamo fare un bel tessuto forte che faccia da scudo e da abbraccio anche ad altri tipi di realtà.

Grazie a Francesco e Lucia che, più che concederci un’intervista, ci hanno dato testimonianza tangibile di una scelta di vita, aprendoci le porte dell’ospitalità e regalandoci una fetta del passato, con una trama presente ed un ricamo futuro…

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