È stata una giornata piena di significati per tutti i partecipanti. Donne in montagna, evento iniziale del Calendario annuale del 2021, ha visto la partecipazione sentita non solo delle donne che hanno voluto ricordare in maniera alternativa la giornata a loro dedicata, ma anche degli uomini che hanno saputo “accompagnare” il gentil sesso in questo percorso.

Alla guida della “spedizione” due grandi guide donne, Maria Sprovieri ed Anna Stefanizzi, due montanare capaci di trasferire al gruppo la grinta, le competenze e l’empatia giuste per affrontare il percorso, conoscere l’ambiente naturale e vivere al suo interno delle belle emozioni, coadiuvate dalla presenza dei colleghi Nicola Mancuso e Giovanni Vizza. A proposito di montagna, Anna si presenta subito raccontando la sua personale esperienza: “Sapete quante volte mi sono trovata in discussioni che giustificassero la mia scelta di vivere in montagna? Perché se sei donna e scegli di vivere lontano dalla città, dal confort, dal caos quotidiano, o sei costretta da chissà quale entità o ti manca qualche rotella. La verità è che non basterebbe una vita per spiegare cosa mi ha spinto a vivere in montagna, non basterebbe una vita semplicemente perché la montagna mi dona qualcosa di inaspettato e sorprendente, ogni singolo giorno. Proverò brevemente a spiegarmi. La montagna è una scelta, è uno stile di vita, è un amore che ti travolge. La montagna è la fatica della legna al mattino appena sveglia, per accendere il fuoco, della pala pesante per aprirmi un varco nella neve, del freddo pungente che mi taglia il viso. La montagna è il silenzio che accompagna le mie giornate, la lentezza dei gesti, l'alternanza delle stagioni. La montagna è l'odore del bosco dopo la pioggia, è il rumore dei miei passi sulle foglie, è il bosco che mi accoglie. La montagna è il campo appena arato, che come un dipinto mi riporta indietro nel tempo e quasi lo ferma. La montagna è addormentarmi dopo aver guardato le stelle. È il mio posto sicuro e al caldo, mentre fuori c'è la tempesta!

L’evento, concepito nella sua prima edizione lo scorso anno e purtroppo annullato per via della pandemia da Covid, è stato un momento per raccontare il rapporto tra la donna e la montagna. Non si è trattato di celebrare una figura come spesso si rischia di fare durante tali ricorrenze in quanto l’escursione è divenuta, in tutti i suoi momenti, un’occasione per dare ampio spazio alle donne, a partire da quelle di una volta. La memoria storica del nostro territorio ci ha fatto necessariamente partire – così come ci ha suggerito nel briefing iniziale il nostro presidente Giovanni Vizza – dalle nostre nonne e mamme, dalla tenacia con cui le donne in montagna hanno saputo essere custodi del focolare familiare nelle infinite sfaccettature e mansioni di cui erano artefici: dalla speziale per necessità all’infermiere per devozione, dalla massaia tuttofare alla ricercatrice di erbe, un ruolo che con grande spettacolarità e bravura ci ha saputo raccontare Maria. In un luogo magico – “u mparu du lupu” – Maria ha saputo far penetrare nel nostro animo le sensazioni di questa donna che tutti conoscono come “magara”, accusata di andare di notte con le streghe, di vagare per boschi inutilmente, eternamente in lotta fra il buio e la luce che rischiara le nostre idee e ci fa comprendere come si tratti di una donna che si è adattata al territorio alla ricerca di risposte per i suoi bisogni e quelli della sua famiglia, divenendone una conoscitrice competente e quasi mitologica. E ci ha poi regalato una sua impressione su Donne in montagna: “Donne in montagna è stata una riflessione itinerante: ogni passo su per il dislivello, ogni nota di rosso in più sulle gote è stata una nuova azione sulla natura circostante, un atto conoscitivo e non solo celebrativo, una nuova cifra dell’esperito che porta più vicino alla conoscenza di noi stessi e del potenziale esplosivo di un connubio antico. La natura si declina al femminile!

Partendo da questo tipo di figure femminili ed inserendole nel cammino le abbiamo fatte rivivere in ognuna di noi ed anche gli uomini hanno avuto modo di comprendere che la donna può essere artefice del suo e del destino dell’uomo: così, rappresentando sotto forma scenica, le contadine himalayane che, aggrappandosi agli alberi e frapponendo il loro corpo tra l’albero e la scure, si è lanciato l’importantissimo messaggio che essere custodi del proprio territorio ne determina la salvezza. Di contraltare, l’azione stolta, se lasciata alla scelleratezza, demotiva e fa entrare l’innaturale in natura. Le donne de Il Barattolo, mettendo in scena i sentimenti, le aspettative ed il coraggio delle contadine hymalaiane che negli anni Settanta, per fermare la deforestazione hanno messo a repentaglio la loro vita resistendo alla cieca cupidigia dello sfruttamento, ne hanno seguito l’esempio consegnando un monito: chi genera vita non può dare morte, bensì ha il compito di redarguire tutti ed indirizzarli alla vita perché la natura è compagna, non fonte di ricchezza.

Altri momenti empatici e di impatto li abbiamo vissuti al Crocifisso della Chiesiola Diruta. Il misticismo che si respira in questo luogo è un fatto ormai oggettivo sia per chi ci arriva per la prima volta sia per chi è avvezzo a riconoscerne le caratteristiche. La bella propensione di questo luogo si è accompagnata ad un regalo che la natura ci ha voluto concedere quasi come per ringraziarci della “visita”: una leggera nebbiolina ha reso lo scenario irreale ed impalpabile. Vicino ai ruderi della chiesiola, abbiamo fatto sosta nei pressi dell’installazione in legno appositamente costruita per Donne in Montagna. Lì, abbiamo piantato una rosa che, come ha specificato Vanna Marini, è il simbolo della forza e della delicatezza delle donne che, amando con dolcezza, riescono ad essere determinate e decise. Poi ha invitato tutti ad annaffiarlo con un goccio d’acqua della nostra borraccia perché così tutti ne saremo responsabili ed ognuno ne sarà custode. Un altro momento particolarmente gradito è stato il “simbolo del laccio”. Anna ha consegnato a tutti noi dei laccetti, rigorosamente di recupero, ognuno di noi ha legato il proprio laccetto alla staccionata a significare il legame, il rapporto e la reciprocità che si sono stabiliti in questa particolare occasione, ma che devono spingerci sempre verso la natura.

Il luogo si prestava a farci rimanere là per ore e così abbiamo trovato anche il modo di intrattenere tutti con una storia al kamishibai. Ancora una volta protagonisti del nostro teatrino gli alberi: un pino ed un giovane faggio nel cui connubio si intravede l’ineffabile legame tra gli esseri viventi, la necessità di legarsi reciprocamente per rispondere all’atavico bisogno dell’uomo di incontrarsi, trovarsi e poi, ri-trovarsi. Proprio come ci ha detto uno dei partecipanti che ha voluto prendere la parola e dire le sue impressioni: il bisogno dell’uomo è di ritrovare se stesso, ma insieme agli altri. In questo ritrovarsi è la linfa stessa della sua esistenza.

Particolarmente profondo e speciale il momento della poesia spontanea, scritta durante il percorso da un giovane che ci ha deliziato oltre che con i suoi versi con l’estemporaneità delle sue emozioni trasferendocele e condividendole con noi con generosità. E da qui si è aperto un altro momento in cui la guida Anna Stefanizzi ha letto tutte le impressioni ed i pensieri che ogni partecipante aveva appuntato su un taccuino (realizzato a mano e con materiali di riciclo) ricevuto durante il briefing e che, quasi alla fine del viaggio, abbiamo condiviso.

Una giornata speciale a cui abbiamo dato diversi significati, ma contrassegnata da un unicum imprescindibile: la natura, se osservata e monitorata con rispetto, ci fornisce lo spazio, il modo e la possibilità di ritagliarci la nostra identità restando in sintonia con lei ed immettendoci nel cerchio positivo della sua armonia da dove veniamo, che riconosciamo e verso la quale siamo sempre tendenti senza accorgercene!

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